giovedì 15 maggio 2008

Radici.

Spense il motore della macchina. Era così stanca. Come sempre indugiò, nonostante il caldo, la schiena ben appoggiata al sedile, godendosi le ultime note della canzone più bella, che arriva sempre, immancabilmente, alla fine del viaggio.
Le valige non erano molte, sparse all'interno della macchina con la leggerezza e l'incuria di un gesto quotidiano, nessuna traccia dell'ordine rituale di chi sancisce con quel gesto l'inizio di una rara avventura o di un atteso riposo. I suo oggetti sparsi sui sedili la guardavano pazienti e sgualciti, dei placidi sancio panza, che riservavano al loro Don Chisciotte una riprovazione rassegnata gonfia di tenerezza.


Una stanchezza antica le rendeva come sempre odiosa l'idea di dover di lì a qualche ora ripetere nuovamente il gesto di dar loro un tetto. Le sembrava che l'intera sua vita fosse fatta solo di valige appoggiate nell'angolo di un pavimento, sul sedile di un auto o la cappelliera di un treno.
Però veder scorrere strade e prati e case al suo fianco, quello era irresistibilmente seducente. Veder cambiare paesaggi. Sfilare alberi e orizzonti, contemplare il sole mentre cala dietro tanti diversi profili, familiari e nuovi al contempo.


Avere un'eterna evanescente meta nella testa, un perenne altrove da desiderare, in cui cercare scampo o rifugio. La sua droga, la sua facile, pusillanime droga. Ma quella era la vita che faceva, che prendeva sempre più i contorni, nella sua fragile testarda testa, di un ineluttabile destino.


Non avrebbe saputo mai immaginarla diversa. Ma la desiderava diversa forse, o meglio desiderava desiderarla, temendo che in realtà non avrebbe mai potuto resisterle.


Ma ora basta elucubrazioni, che ore sono?
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TO BE CONTINUED...

venerdì 9 maggio 2008

When I was young


Non posso legare purtroppo il mio più antico ricordo a quella che tuttora definisco la mia città. Ma è un ricordo piuttosto folkloristico e ci sono molto affezionata. Come tutti i ricordi lontani nel tempo non si può dire quanta sia farina del mio sacco e quanto sia un “patchwork” di racconti successivi, ma nell’immagine che ho creato c’è molto di me.
Non ho ancora tre anni, ho dei dolorosi e deliziosi codini e una salopette verde miliare, con una camicia a quadri colorati. Una perfetta bimba “fine anni settanta”, in villeggiatura al mare, che sulle spalle del suo papà si gode tranquilla un concerto dei Camaleonti, quelli di “ applausi” e “l’ora dell’amore” per intenderci.

Il palco lo ricordo benissimo, così come ricordo uno dei musicisti con un’improbabile testa di ricci “afro” e una chitarra bianca. C’è molto di me dico, la musica ad esempio, che mi accompagna in maniera quasi maniacale da quando sono piccolissima.

Buona parte delle mie inclinazioni si devono ai 33 giri di mio padre e al vecchio giradischi a casa dei nonni, su cui potevo ascoltare i Creedence, Louis Amstrong, Simon and Garfunkel.

Così, ripudiati a dieci anni i dischi di Cristina D’Avena, sono passata direttamente, senza soluzione di continuità, ai Pink Floyd.
Questo mi avrebbe salvato nell’era dei Take That e delle Spice Girl, in cui ero ormai alla fase Metal/Grunge, e ascoltavo una radio locale, che tuttora esiste, chiamata “Radio Lupo Solitario”in omaggio ad American Graffiti.
Unico rimpianto grande, quello di non aver mai potuto studiare strumento, e dovermi quindi limitare ad ascoltare, non potendo produrre musica, e ascoltare con l’orecchio “menomato” di chi non può capire fino in fondo quello che sente. L’unica cosa che sia mai riuscita malamente a strimpellare su una chitarra malconcia e non troppo accordata sono le prime due batture della bourree in mi minore di Bach, ma ero ormai troppo “vecchia” e troppo immersa in una realtà che turbinava veloce e imprendibile, per potermi concedere il lusso di quel ozio necessario a imparare a “leggere”, “scrivere” e parlare” una lingua aliena.
Ma torniamo all’inizio, quello cronologico per lo meno.
Sono nata in settembre, il 28. Mi piace molto il mese in cui sono nata. L’estate è finita, ma non troppo lontana. La vita ricomincia, dopo essersi sospesa. Si riprendono i fili di tutti i discorsi…o quasi.

Mi pare di essere nata alle 10.00 del mattino. Che tolta l’ora legale fan le 9.00. Forse l’unica volta in cui ho fatto qualcosa di decisivo di buon ora. Trovo le prime ore del giorno gelide e spietate (mood un po’ depresso?), preferisco la sera. Forse sarà per i colori, forse per quel piacevole senso di attesa dell’immediato futuro ch’è il giorno seguente, che se ne va a braccetto con la sottile malinconia per quello appena trascorso. Quel attimo senza tempo ch’è il crepuscolo, e l’intimità che porta con sé.
Ma son nata di primo mattino, all’ora del “cappuccio e brioche”.
I primi dieci anni della mia vita, non pochi insomma, li ho vissuti a Milano e forse l’idea di imprinting avrà un qualche valore, perché è da quando me ne sono andata, che aspetto di tornare. Speranza ancora disattesa.
La scelta della mia terra promessa non manca di destare qualche stupore, in alcuni quasi scandalo, nel non riuscire a capire cosa di bello si possa trovare tra l’asfalto e lo smog, nella gente che silenziosa corre e non sorride mai. Forse la chiave di tutta questa nostalgia, reale o costruita, sta in quegli anni che da quel che ricordo e da quel che mi è stato raccontato, furono anni sereni e felici.

1985. Cominciai la prima elementare con qualche giorno di ritardo.
Mio zio, giù in Puglia, si era sposato e io avevo la gravosa responsabilità di portare gli anelli all’altare. Portai a compimento con serietà il mio dovere nonostante le scarpine di vernice a cui avevano dovuto grattare la suola per evitarmi un imbarazzante capitombolo lungo la navata, nonostante l’incisivo caduto proprio alla vigilia delle nozze che mi regalava un sorriso sdentato e nonostante una cicatrice lungo la guancia, riportata nella mia personale guerra con il gatto della nonna, un siamese superbo, restio a farsi “coccolare”.

Certo qualche dubbio sulla mia adeguatezza alle situazioni mondane e al ruolo di “signorina”( che non sarei mai riuscita a recitare), avrebbe dovuto balenare nella mente di mia madre, che ancora spera di vedermi un giorno uscire di casa senza le matite nei capelli e gli orecchini scompagnati. Fatto sta che varcai la soglia della scuola elementare di via Anemoni 8 con 3 giorni di ritardo.
La scuola, che ancora esiste, anche se in parte riconvertita ad altro uso, è un enorme edificio dalle pareti a mattoni grezzi, sia fuori che dentro. Aveva scalinate e corridoi infiniti, con scalini bassissimi, in ogni angolo c’erano piccoli cortili nascosti, panche su cui sedersi, grandi vetrate da cui guardare il parco circostante e un grande chiassoso refettorio con gli sgabelli verdi. Il tetto poi, non era altro che uno sterminato terrazzo, con innumerevoli luoghi in cui poter giocare a nascondino.
La mia maestra era una dolcissima signora dai capelli appena imbiancati, Emilia.
Io ai tempi ero davvero molto alta, superavo i miei compagni di almeno una spanna, quindi ero sempre in fondo nella fila, con un altro spilungone, Emanuele. Ma mentre io smisi ben presto di crescere, lui, che inaspettatamente si presento alla mia porta dieci anni più tardi, sarebbe diventato un colosso. Ero anche seduta all’ultimo banco e correva voce, tra i miei compagni, che la causa del mio misterioso ritardo fosse una bocciatura e che, addirittura, avrei dovuto essere in terza anziché in prima. Ben presto i dubbi svanirono. Certo non brillavo per ordine e precisione; il mio banco era ingombro di penne e matite che rovinavano continuamente al suolo, perdevo un temperino alla settimana e una gomma ogni due giorni, la mia calligrafia si apprestava già a diventare indecifrabile, ma imparavo con voracità e con passione, china con il naso appiccicato al foglio, come se volessi entrarci dentro e con la punta della lingua fuori dai denti nello sforzo di concentrarmi, cosa che mi scopro tuttora a fare, ogni tanto.
Era eccitante scoprire il mondo come se fossimo noi in quel momento ad inventarlo, dare nomi alle cose, svelare i segreti dei numeri, disegnare poesie. Preparare le recite di fine anno. Non c’era fatica, ma solo la vertigine di sapere e capire e voler sapere e capire sempre di più. La curiosità di chi guarda le cose per la prima volta.

Scoprire, inventare, creare…la miscela perfetta per il “rosa maiale”, con cui dipingere i porcelli da mettere nel nostro “villaggio medioevale”, le statuine votive egizie fatte con i flaconi di shampoo, il can-can con le gonne di carta crespa, il gatto di “Pierino e il lupo”, i confetti di polistirolo per la “pioggia di piombino”, il salvataggio dell’uccellino caduto dal nido, le patate che germogliano, gli erbari, i mimi che trasformano carta stagnola in caramelle colorate, il re e la regina del teatro che ci fanno sventolare i fiori durante il torneo di cavalieri.

E i miei compagni.

Stefano, un bambino riccioluto che tartagliava e aveva un fratello paninaro, fan di Jovanotti. Elisa, la mia migliore amica, bella e delicata, con gli occhioni azzurri, la madre la spedì in terza a studiare in una scuola dal nome che metteva i brividi: Leone XIII. Margherita tanto buona da sembrare un po’ tonta, con una mamma giovanissima e occhiali spessi come fondi di bottiglia. Alberto, disegnava solo personaggi di Walt Disney, suo padre era zoppo e lavorava al Pirellone. Andrea, funereo e taciturno, era molto intelligente, ma faceva sempre discorsi macabri, disegnava tombe e combattimenti tra dinosauri. L’altro Andrea, chioma rossa in perenne movimento, campione assoluto di “scivolate”. Sonia era magrissima, aveva una vena verde in mezzo alla fronte e un sacco di sorelle grandi, a 10 anni era già zia. Libero, era biondo ed è stato con noi per poco, suo padre si diceva fosse un anarchico, parola che ai tempi suonava di magico e oscuro, forse era un mago?C’era anche un bambino che veniva dal circo, frequentò solo un paio di mesi, in seconda, non ne ricordo più il nome, era figlio di una trapezista e di un domatore, o almeno così raccontava. Davide, aveva i capelli a spazzola e adorava giocare a calcio, eravamo tutte sue aspiranti fidanzate, ma gicava a memory solo con me. Giuliano, si rifiutò di ballare con me in palestra, era il primo della classe e vestiva sempre di ciniglia marrone. Monica, aveva dei capelli biondi lunghissimi che sua madre le raccoglieva in una treccia che le arrivava fino alla cintura e che i “maschi”, ovviamente, non potevano esimersi dal tirarle. Alessandra, la mia "seconda migliore amica" dopo che Elisa se ne andò, era cicciotella e buona, suo padre faceva il giornalista all’unità e così un giorno andammo in gita alla redazione.

La rotativa era una macchina enorme, smaltata di verde ospedale e faceva un rumore infernale. Funzionava anche di giorno, ci spiegò, perché stampavano “la notte”, un giornale che usciva la sera invece che il mattino. C’erano rotoli di carta grandi come balle di fieno ovunque. Era l’inverno 1989, quel giorno pioveva e faceva un gran freddo, e prima di andare ci fece un bellissimo regalo che campeggiò sul muro della nostra classe per tutto l’anno seguente: il negativo della prima pagina che riportava la notizia del crollo del muro di Berlino.

giovedì 17 aprile 2008

Il lenzuolo bianco.

Lei disse misteriosamente
"Sarà sempre tardi per me quando ritornerai".
(De Gregori)
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La luce dell'aurora filtrava grigia tra le tende spesse e impolverate, il letto enorme e freddo, come l'aria nella stanza. Sotto le coperte il tepore di un letargo che avrebbe voluto fosse infinito. La sveglia suonava inascoltata, richiamo vitale così stridente, così lontano in quell'alba pietrosa.

Ora scendo dal letto, mi lavo i denti, faccio colazione e vado a lavorare. Ripeteva a se stessa questa cantilena. Più la ripeteva, più stringeva le ginocchia al petto come a cercar scampo da quel nuovo giorno.

A tratti trovava sollievo nel vuoto che giungeva d'improvviso tra i suoi pensieri, privo di rabbia, dolore, gioia, attesa. Un infinito spazio bianco, come quel lenzuolo che profumava insopportabilmente di vita passata.
A tratti invece sentiva una profonda vertigine scuoterle lo stomaco, come chi guarda l'abisso prima di saltarci dentro.
Nella sua mente premeva un caotico, doloroso puzzle, di cui non riusciva a venire a capo.

Si sedette, la schiena appoggiata al muro, chinò la testa su un lato e osservò distratta il soffitto poi chiuse gli occhi. Stese lentamente le gambe, nude sotto le lenzuola, ascoltandole scivolare, concentrandosi sulla sensazione della stoffa sotto i piedi.
Spenta la sveglia, il modo sembrava essersi inspiegabilmente ammutolito.
Fissò il telefono, divenuto inutile. Fissò la porta, inappellabilmente chiusa.
Fu allora che finalmente sentì le lacrime, calde e vitali in tutto quel gelo, in tutto quel bianco, scivolarle sul viso e cadere con un tonfo sordo sulle sue mani, le sentì salate sulle labbra, le guardò attenta riposare vicine sui palmi delle sue mani.
Sentì i suoi lineamenti contorcersi, deformarsi, sotto il peso di quel dolore, finalmente reale, finalmente tangibile, ma silenzioso, come dentro un acquario, come in fondo ad un oceano.
Guardò la sua sagoma immobile sotto quel maledetto lenzuolo bianco e profumato e vi appoggiò le mani umide. Forse ora era libera. Forse poteva lasciarsi andare. Guardò un'ultima volta le sue mani, incredibilmente candide, confondersi con il lenzuolo. Svaporare, come un brutto sogno alle prime luci del mattino, smettere testardamente di combattere, dissolversi, diventare bianco, nel bianco, senza più forma, senza più peso. Senza dolore.
Un sorriso amaro, rassegnato ma in fondo sereno, le si dipinse sul volto.
Con un lungo tremulo sospiro chiuse gli occhi su quel mondo divenuto alieno, gelido, incolore, silenzioso.
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L'uomo, nervoso e sudato sotto il portone, suonò molte volte,si guardò intorno smarrito, poi incerto tolse un mazzo di chiavi dalla tasca e aprì.
Fece le scale due alla volta. Scuro in volto. Suonò ancora, ma nessuno venne alla porta. Attese qualche istante fissando le scarpe pulite, poi ancora più incerto sfilò nuovamente le chiavi dalla tasca.
La piccola casa era fredda, silenziosa. Non osò chiamare, si diresse verso la camera.
Sul letto niente altro che il lenzuolo, bianco, stropicciato, solitario.
Rimase a fissarlo incredulo, poi si lasciò scivolare lungo il muro, le ginocchia al petto, la testa tra le mani.

domenica 6 aprile 2008

Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai.

Suite n°1 per violoncello solo
J.S.Bach

a lui parve in quegli occhi potere veder

lo stesso dolore che spezza le vene
che lascia sfiniti la sera
Vinicio Capossela

"Porto addosso le ferite
di tutte le battaglie che ho evitato."
F. Pessoa

2002“Ti sembra carino fare aspettare così a lungo una signora?”.Scrissi una sola frase, nella speranza che gli anni non l’avessero stropicciato troppo. Seguirono altre lettere, non più così spensieratamente folli come un tempo. Poi un giorno suonò il telefono, “ciao”, era superfluo chiedere “chi è”, la sua voce era inalterata e bella come la ricordavo. Parlammo per ore come se ci fossimo salutati il giorno prima, mentre io macinavo chilometri su e giù per la stanza, giocherellando con la cornetta. Avevamo percorso binari paralleli e ora ci ritrovavamo a fare i conti con lo stesso grande dolore.
Quando lo vidi, fuori dalla stazione di Porta Garibaldi mi aspettava accanto ad una familiare azzurra, un po’ di pancetta e nessuna traccia dei riccioli da metallaro. Ebbi la sensazione precisa di tutto il tempo ch’era passato. E che quella stagione aveva abbandonato anche me, nonostante mi nascondessi disperatamente dentro miei jeans sdruciti. Il suo sorriso ferino, con i canini appuntiti, era più malinconico, ma i suoi occhi, come la sua voce, erano rimasti brillanti e maliziosi, specchi profondi di una dolorosa intelligenza.

1993. La scena dovrebbe svolgersi a Sottochiesa nel bar dell’Angelino, ovviamente. Erano in 3. Carlo, uno squinternato che ti chiedeva come eri solita fare il bidet. Enzo, il bello. Francesco, il cattivo.
Sulla veridicità dell’aneddoto che accompagna il nostro primo “contatto”, è il caso di dirlo, abbiamo poi discusso a lungo, ma come avrei potuto inventare una cosa del genere?

Il “lecca-mano”, che oggi mi farebbe impallidire, mi divertì molto, così lui, non essendo riuscito nell’intento di stupirmi quel giorno ci provò, anche se con lunghe pause e alterne vicende, nei quindici anni che seguirono.
Furono anni di fitte, voluminose, corrispondenze. Io vivevo nella ricca e viziata provincia, lui nella periferia degradata. Lui aveva i professori che andavano a fare l’appello al bar, quando non trovavano nessuno in classe, io quelli che costringevano gli studenti ad abbandonare gli studi per disperazione. Io andavo per feste in casa di amici, lui per centri sociali. Lui si ammazzava di canne, io frequentavo astemi. Lui suonava i Pantera, io potevo limitarmi ad ascoltare annoiata i miei compagni che strimpellavano Ligabue. Era un perfetto, adorabile, cattivo ragazzo, la mia anima nera, quello che avrei voluto essere e fare, e che probabilmente avrei fatto, se non fossi stata confinata ai “margini dell’impero”.

Era il mio specchio dei desideri.

E forse ci volevamo bene già allora, come potevano volersi bene due ragazzini, che avevano deciso di essere amici.

venerdì 21 marzo 2008

Liberi tutti.



Alla mia destra un uomo distinto in completo blu scava poco dignitosamente all'interno delle sue cavità nasali. Poco più avanti un signore di mezza età, le lenti bifocali calate sul naso, legge il giornale, mi chiedo divertita se non porti ai piedi un paio di pantofole di velluto.

Il sole ancora basso sull'orizzonte illumina la strada e ferisce gli occhi. Una bella giornata, almeno in senso meteorologico; anche l'asfalto, cullato dall'alba, sembra meno feroce.

Non sembra accorgersene la ragazza dalla chioma leonina alla mia sinistra, che gesticola animatamente, nel suo acquario di lusso il piccolo privato dramma mattutino sembra una farsa al teatro delle marionette.

Appoggio la testa, stringo il volante e chiudo gli occhi, la macchina borbotta, stufa di ingoiare benzina per nulla, sbadiglio.

L'uomo distinto ha finito la sua ricerca speleologica e tamburella impaziente sul cruscotto. Da qualche parte il suo impero attende di essere governato e il sovrano sbuffa, visibilmente irritato dall'attesa.

Un piccolo impercettibile movimento, che lascia insoddisfatti come lo scoprire, dopo aver addentato affamati un delizioso pezzetto di dolce, che in realtà il dolce è finito e quella appena ingoiata, era l'ultima fetta. Che fame, una metafora poco adatta all'ora e al luogo.

Mi ridesta da pensieri tanto burrosi e domestici, l'inconfondibile rumore di lamiera e plastica accartocciata, che sta all' automobilista, come il ruggito del leone sta alla gazzella.

Cretini, il primo pensiero viene diretto dalla savana.

Si saranno fatti male? Il secondo indossa abiti civili.

Abbasso il finestrino, l'aria fresca del mattino mi investe carica di smog, il sole è caldo sul viso. I due discutono animatamente qualche metro nero più in là. Attorno volti sconsolati, irritati, incattiviti, furiosi, delusi, scuotono all'unisono le più disparate teste, l'attesa si allunga. Uno dei due contendenti è giovane, piccoletto, molto magro, molto incazzato. L'altro ha degli improbabili pantaloni color caki, i suoi gesti perentori ci dicono che è altrettanto incazzato. Colpo di scena. La constatazione amichevole, si sparge per aria in mille coriandoli di rabbia e frustrazione. Il ragazzo si avvicina all'uomo.

Si alza d'improvviso il vento, portandosi via quei coriandoli tristi.Li seguo con gli occhi. Le chiome di alberi enormi e bellissimi si piegano al libeccio. I prati vicini all'autostrada hanno un fascino malinconico e il dignitoso contegno dei reduci.

Il ragazzo guarda l'uomo. Le tante teste disparate trattengono il fiato, con un piacere misto a eccitazione. L'uomo si fa più piccolo, sembra quasi appassire. La signorina riccia, aggrappata al volante come un naufrago ad un frammento di relitto, segue con passione la trama che si svolge al di là del vetro. Ma il ragazzo si piega, sembra inchinarsi e doloroso, concentrato, slaccia le sue scarpe da lavoro, con infinita lentezza se le sfila e guardando negli occhi l'uomo con stanco disgusto le appoggia sul tetto della sua auto. Scalzo si allontana. Le più disparate teste, sempre all'unisono, vengono scosse dalla sorpresa. Il ragazzo scavalca il guard-rail sempre lentamente, sempre con solennità, maestoso nell'incomprensibilità del suo gesto. I suoi piedi calpestano l'erba verde, si ferma.

L'erba sotto le piante dei piedi, penso, che meraviglia, un onda di ricordi, di pensieri, di profumi mi travolge, ancor prima che possa sorprendermi di un pensiero tanto bizzarro.

Perché no?

La domanda mi riecheggia nella testa come una formula alchemica. Mi guardo attorno, come a cercare appiglio nella cruda banalità delle facce che mi circondano. Ma vedo solo lo spaventato abisso negli occhi delle tante disparate teste attorno a me. Spengo la radio. Mi sfilo le scarpe. Il cemento è caldo e ruvido. Le appoggio sul cofano del mio destriero, guardandolo con la nostalgia di chi dice addio prima di un'ultimo viaggio. Poi guardo il ragazzo. Ha ripreso a camminare verso l'orizzonte verde. Mentre cammino verso il prato, con la coda dell'occhio vedo altre teste che, non più all'unisono, escono dai loro gusci di metallo e mi camminano affianco. L'erba è fredda e vellutata, mi fa il solletico. Camminiamo. Il ragazzo si volta e sorride. E' bello, forse perché sorride. Le tante teste chiudono gli occhi e si appoggiano sull'erba, le nuvole corrono sopra le loro palpebre. Silenziosa l'erba avanza verso il cemento e pietosa lo ricopre come un sudario.

Il vento si è placato.

Poi d'improvviso l'oscurità e il silenzio.

....

....

....

pip

pip

pip


"sono le ore 6 e 8 minuti"

"si segnalano code in aumento tra il bivio dell A4 e la tangenziale ovest, in direzione sud"

...

...

allungo la mano e la spengo. Penso all'erba, fresca e vellutata, che paziente aspetta, lungo l'autostrada.

giovedì 20 marzo 2008

Con qualche censura

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.
Escribir, por ejemplo: "La noche está estrellada,y tiritan, azules, los astros, a lo lejos."
El viento de la noche gira en el cielo y canta.
Puedo escribir los versos más tristes esta noche.Yo la quise, y a veces ella también me quiso.
En las noches como esta la tuve entre mis brazos.La besé tantas veces bajo el cielo infinito.
Ella me quiso, a veces yo también la quería.Cómo no haber amado sus grandes ojos fijos.
Puedo escribir los versos más tristes esta noche.Pensar que no la tengo. Sentir que la he perdido.
Oir la noche inmensa, más inmensa sin ella.Y el verso cae al alma como al pasto el rocío.
Qué importa que mi amor no pudiera guardarla.La noche esta estrellada y ella no está conmigo.
Eso es todo. A lo lejos alguien canta. A lo lejos.Mi alma no se contenta con haberla perdido.
Como para acercarla mi mirada la busca.Mi corazón la busca, y ella no está conmigo.
La misma noche que hace blanquear los mismos árboles.Nosotros, los de entonces, ya no somos los mismos.
Ya no la quiero, es cierto, pero cuánto la quise.Mi voz buscaba el viento para tocar su oído.
De otro. Será de otro. Como antes de mis besos.Su voz, su cuerpo claro. Sus ojos infinitos.
Ya no la quiero, es cierto, pero tal vez la quiero.Es tan corto el amor, y es tan largo el olvido.
Porque en noches como esta la tuve entre mis brazos,mi alma no se contenta con haberla perdido.
Aunque este sea el ultimo dolor que ella me causa,y estos sean los ultimos versos que yo le escribo
Pablo Neruda, 1924, Venti poesie d’amore e una canzone disperata.




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1998. Non ricordo esattamente la prima volta che ho messo il piede su una di quelle banchine, di quella stazione, né il suo sorriso ad aspettarmi, ma sorrideva. Tutti quei sorrisi, tutto quel calpestare cemento rossiccio, l’odore penetrante di ferrovia, si confondono in eterno reload dello stesso intenso attimo di pura felicità. Faceva finta di non vedermi, tutte le volte, con le braccia spalancate passava oltre. Per potersi far perdonare, quando poi tornava indietro. Era uno sciocco gioco da innamorati, la sintesi perfetta di quella dolce ironia, di quel delicato nonsense che ci avrebbe accompagnati negli anni a seguire, l’essenza stessa, che poi avremmo rimpianto, del nostro stare assieme.


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Quel libro di Neruda, di cui conoscevo allora solo le venti poesie d’amore, glielo regalai (...)L’avevo tolto in fretta e furia dalla mia libreria, prima di partire. Era uno dei miei libri. L’ho ricomprato l’anno scorso.

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(...)il senso di colpa mi torceva le budella, ma la nostalgia non mi lasciava dormire la notte, mi sedevo in terrazza a guadare la luna enorme che si specchiava in mare. Lui in mancanza di luna, che certo coadiuva un struggersi romantico degno del migliore “sturm und drang”, avrà fissato la vastità della pianura emiliana, ma le sue insonnie furono probabilmente popolate da pensieri molto simili ai miei. Avevamo ben scoperto, con grande stupore e nascondendone la gioia, che i nostri pensieri erano in grado di confondersi, mescolarsi e sovrapporsi, come se ci fossimo svegliati insieme ogni giorno per una vita intera, quando invece non sapevo neanche quale fosse il suo cognome. Tornò dopo cinque interminabili giorni. Le miei budella, nel ruolo del mio super-io, riuscirono a resistere non più di qualche ora (...)

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In meno di un mese e in quelle due sole parole avevo ipotecato lunghi, intensi, terribili, splendidi anni del mio futuro. Per fortuna al genere umano non è dato sapere quali incredibili universi di differenti possibilità si nascondono dietro ogni nostro pensiero, dietro uno sguardo, o una parola, altrimenti gelati dall’infinita responsabilità di scrivere in quel momento il nostro avvenire ne saremmo paralizzati. (...)

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Fu allora che la valigia divenne una fida compagna e cominciò a dimorare ai piedi del letto. L’interregionale per Ancona partiva dalla Stazione Centrale ogni ora. 14.10, 15.10, 16.10…costava 20.000 lire, andata e ritorno, e impiegava 2 ore ad arrivare a Modena. Viaggiavo sempre nel senso di marcia all’andata e al contrario al ritorno, come per procrastinare il più possibile ogni addio. Ogni volta che passavo il ponte sul Po, entrando in Emilia, mi sentivo salva. Ogni volta che risalivo sul treno, l’ultimo bacio non era mai l’ultimo e quando la porta infine si chiudeva, mi sentivo morire d’incertezza, “ e se fosse l’ultima volta?”. Quando l’ultima volta arrivò, mi posi la stessa domanda, temendo come ogni volta che fosse l’ultima volta che me la ponevo, non immaginando che quella fosse davvero l’ultima.

Tra tra il primo poggiare il piede sul binario 3 e l'ultimo sollevarlo dal binario 2 passarono quattro anni.

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Di tutta questa storia, questa è forse l’unica cicatrice che duole, ogni tanto, quando cambia il tempo.

mercoledì 19 marzo 2008

Cominciamo da qui...

Hold on little girl
Show me what he's done to you
Stand up little girl
A broken heart can't be that bad
When it's through, it's through
Fate will twist the both of you
So come on baby come on over
Let me be the one to show you
Mr Big, 1991

1985. Il giorno che arrivai nevicava, il cielo era incredibilmente rosa, stretto tra due pareti grigie e ripide, i fiocchi cadevano pesanti sui vetri della macchina e non potevo fare a meno di contemplarli ammirata, col naso per aria.
Avevo quasi sei anni.
Era l’inizio di un grande amore per quella piccola valle, con quel paesino di 800 anime che tanta parte avrebbero avuto nella mia vita, luoghi che sarei andata ritrovare molte e molte volte negli anni e sempre con la terribile nostalgia che si può avere per il tempo perduto della propria infanzia e, ancor più, della propria adolescenza.

La canzone che apre questo “capitolo” non ha un significato particolare, o almeno, tale significato non è da cercare nel testo, ma nel incredibile potere che ha di evocarmi, ancora oggi, la luce di quelle estati.
Il classico “lentone” degli anni ’90, “struggente” colonna sonora di drammi adolescenziali, figurava tra le hit del jukebox dell’Angelino.
“L’ Angelino” era un alpino in congedo, che quando arrivammo, alla metà degli anni ’80, era già vecchio. Ma probabilmente immortale. Quando infatti tornai , 20 anni dopo, non solo la canzone era ancora al suo posto,ma anche l’Angelino, come sempre alticcio per qualche bianchino di troppo, era dietro il bancone.
Il bar Locatelli si trovava, ed è ancora, all’ingresso del paese, in una specie di piazza con una panchina di cemento, in cui potevamo star seduti anche in 15, un alimentari/edicola e il bar concorrente, il Pesenti. Noi tutti però, in questa guerra all’ultimo grappino, parteggiavamo ovviamente per l’Angelino, che era molto più “underground”.
La sala dove stava “sua maestà” il jukebox puzzava di fumo vecchio di secoli, ma era molto grande e potevamo farci tutto il baccano che volevamo, salvo quando il legittimo proprietario e qualche altro giovincello del paese decidevano di fare una partita sul bigliardo logoro e unticcio. Durante l’inverno una parte della stanza veniva chiusa con una parete di truciolato per risparmiare sul riscaldamento. I miei genitori non si capacitavano della nostra affezione nei confronti di quel posto laido e puzzolente, mia madre era solita ripetere, quando tornavo a casa fetente come una ciminiera,”vi portiamo qui per respirare l’aria buona e voi vi andate a chiudere lì dentro!”. Era però la nostra ”tana”, il posto dove andare a cercare gli amici, dove ripararsi dal gelo d’inverno, dove rifornirsi di patatine, gelati, sigarette. Dove si consumavano i primi amori clandestini al riparo di angoli bui.
Sarebbe stato proprio davanti al bigliardo lurido e allo specchio macchiato dal tempo che una maglietta dei Metallica sotto una selva di riccioli neri, mi avrebbe “galantemente” leccato il dorso della mano.
Dodici anni dopo e a dieci di distanza dalla mia ultima estate a sottochiesa,nell’albergo del mio invecchiato primo moroso a un paio di chilometri da lì, ci saremmo divisi un letto a una piazza. Ma questa è un'altra storia.