giovedì 20 marzo 2008

Con qualche censura

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.
Escribir, por ejemplo: "La noche está estrellada,y tiritan, azules, los astros, a lo lejos."
El viento de la noche gira en el cielo y canta.
Puedo escribir los versos más tristes esta noche.Yo la quise, y a veces ella también me quiso.
En las noches como esta la tuve entre mis brazos.La besé tantas veces bajo el cielo infinito.
Ella me quiso, a veces yo también la quería.Cómo no haber amado sus grandes ojos fijos.
Puedo escribir los versos más tristes esta noche.Pensar que no la tengo. Sentir que la he perdido.
Oir la noche inmensa, más inmensa sin ella.Y el verso cae al alma como al pasto el rocío.
Qué importa que mi amor no pudiera guardarla.La noche esta estrellada y ella no está conmigo.
Eso es todo. A lo lejos alguien canta. A lo lejos.Mi alma no se contenta con haberla perdido.
Como para acercarla mi mirada la busca.Mi corazón la busca, y ella no está conmigo.
La misma noche que hace blanquear los mismos árboles.Nosotros, los de entonces, ya no somos los mismos.
Ya no la quiero, es cierto, pero cuánto la quise.Mi voz buscaba el viento para tocar su oído.
De otro. Será de otro. Como antes de mis besos.Su voz, su cuerpo claro. Sus ojos infinitos.
Ya no la quiero, es cierto, pero tal vez la quiero.Es tan corto el amor, y es tan largo el olvido.
Porque en noches como esta la tuve entre mis brazos,mi alma no se contenta con haberla perdido.
Aunque este sea el ultimo dolor que ella me causa,y estos sean los ultimos versos que yo le escribo
Pablo Neruda, 1924, Venti poesie d’amore e una canzone disperata.




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1998. Non ricordo esattamente la prima volta che ho messo il piede su una di quelle banchine, di quella stazione, né il suo sorriso ad aspettarmi, ma sorrideva. Tutti quei sorrisi, tutto quel calpestare cemento rossiccio, l’odore penetrante di ferrovia, si confondono in eterno reload dello stesso intenso attimo di pura felicità. Faceva finta di non vedermi, tutte le volte, con le braccia spalancate passava oltre. Per potersi far perdonare, quando poi tornava indietro. Era uno sciocco gioco da innamorati, la sintesi perfetta di quella dolce ironia, di quel delicato nonsense che ci avrebbe accompagnati negli anni a seguire, l’essenza stessa, che poi avremmo rimpianto, del nostro stare assieme.


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Quel libro di Neruda, di cui conoscevo allora solo le venti poesie d’amore, glielo regalai (...)L’avevo tolto in fretta e furia dalla mia libreria, prima di partire. Era uno dei miei libri. L’ho ricomprato l’anno scorso.

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(...)il senso di colpa mi torceva le budella, ma la nostalgia non mi lasciava dormire la notte, mi sedevo in terrazza a guadare la luna enorme che si specchiava in mare. Lui in mancanza di luna, che certo coadiuva un struggersi romantico degno del migliore “sturm und drang”, avrà fissato la vastità della pianura emiliana, ma le sue insonnie furono probabilmente popolate da pensieri molto simili ai miei. Avevamo ben scoperto, con grande stupore e nascondendone la gioia, che i nostri pensieri erano in grado di confondersi, mescolarsi e sovrapporsi, come se ci fossimo svegliati insieme ogni giorno per una vita intera, quando invece non sapevo neanche quale fosse il suo cognome. Tornò dopo cinque interminabili giorni. Le miei budella, nel ruolo del mio super-io, riuscirono a resistere non più di qualche ora (...)

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In meno di un mese e in quelle due sole parole avevo ipotecato lunghi, intensi, terribili, splendidi anni del mio futuro. Per fortuna al genere umano non è dato sapere quali incredibili universi di differenti possibilità si nascondono dietro ogni nostro pensiero, dietro uno sguardo, o una parola, altrimenti gelati dall’infinita responsabilità di scrivere in quel momento il nostro avvenire ne saremmo paralizzati. (...)

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Fu allora che la valigia divenne una fida compagna e cominciò a dimorare ai piedi del letto. L’interregionale per Ancona partiva dalla Stazione Centrale ogni ora. 14.10, 15.10, 16.10…costava 20.000 lire, andata e ritorno, e impiegava 2 ore ad arrivare a Modena. Viaggiavo sempre nel senso di marcia all’andata e al contrario al ritorno, come per procrastinare il più possibile ogni addio. Ogni volta che passavo il ponte sul Po, entrando in Emilia, mi sentivo salva. Ogni volta che risalivo sul treno, l’ultimo bacio non era mai l’ultimo e quando la porta infine si chiudeva, mi sentivo morire d’incertezza, “ e se fosse l’ultima volta?”. Quando l’ultima volta arrivò, mi posi la stessa domanda, temendo come ogni volta che fosse l’ultima volta che me la ponevo, non immaginando che quella fosse davvero l’ultima.

Tra tra il primo poggiare il piede sul binario 3 e l'ultimo sollevarlo dal binario 2 passarono quattro anni.

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Di tutta questa storia, questa è forse l’unica cicatrice che duole, ogni tanto, quando cambia il tempo.

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